Un albanese torna alla guida della Chiesa ortodossa albanese dopo decenni.
Il nuovo primate si dovrà destreggiare tra le correnti filo-russe e filo-ucraine che percorrono la piccola Chiesa locale, in un’elezione dalle forti valenze simboliche e politiche.

L’elezione del nuovo primate

Il metropolita di Korça Fatmir Pelushi – conosciuto col nome ecclesiastico di Joan – è il nuovo arcivescovo di Tirana e Durazzo, primate della Chiesa ortodossa autocefala di Albania.
Dopo oltre mezzo secolo, la Chiesa ortodossa albanese ha un leader albanese: il 16 marzo scorso Pelushi è stato eletto nuovo primate dal Santo Sinodo della Chiesa ortodossa.
Il 69enne Pelushi è diventato quindi il nuovo capo della Chiesa, guidata dal 1992 dall’arcivescovo greco Anastasios, morto lo scorso gennaio.

Nella cattedrale della Resurrezione di Cristo a Tirana i fedeli ortodossi hanno gridato per tre volte Axios (degno) in direzione del nuovo primate che ha accettato l’incarico, promettendo di adempiere fedelmente al suo dovere e di rispettare la santa tradizione “per difendere i diritti della Chiesa”.

L’elezione ha segnato un momento storico in quanto Pelushi è il primo chierico albanese alla guida della Chiesa in oltre tre decenni.

La cerimonia di insediamento è stata celebrata il 29 marzo presso la cattedrale ortodossa di Tirana, alla presenza dei rappresentanti di 13 Chiese ortodosse sorelle, un rappresentante del Vaticano, qualche ministro dalla Grecia e centinaia di fedeli.

Il vescovo Nikolla di Apollonia e Fieri, parlando a nome del Santo Sinodo, ha affermato che Joan continuerà a “preservare l’armonia religiosa e la coesistenza”, come il suo predecessore Anastasios, che ha resuscitato la chiesa del paese dopo la caduta del comunismo.

Nonostante la continuità ideologica tra Pelushi e il suo predecessore, e il fatto che i cristiano ortodossi in Albania siano una risicata minoranza (circa il 7%) rispetto ai musulmani (e poco inferiori in numero ai cattolici, intorno all’8%) , l’elezione di Pelushi gioca un ruolo fondamentale per la Chiesa albanese: il cambio di leadership segna un momento simbolico nella storia di una Chiesa a lungo dominata dalle influenze greche e che ha sofferto pesantemente durante l’era comunista, quando l’Albania divenne il primo stato ateo del mondo.

Le origini della Chiesa ortodossa albanese

La Chiesa ortodossa albanese fu fondata nel 1922 e riconosciuta nel 1937 dal patriarca ecumenico di Costantinopoli, il leader supremo della Chiesa ortodossa, suddivisa in numerose chiese autonome.

Durante il regime comunista, dal 1946 al 1991, le attività della Chiesa furono drasticamente ridotte, arrivando al divieto assoluto di praticare qualsiasi religione a partire dalla metà degli anni Sessanta.

Sotto il comunismo chiese e monasteri furono distrutti o convertiti in depositi, gli esponenti della chiesa perseguitati, costretti all’esilio o emigrati all’estero, come Pelushi.

Quando il comunismo collassò, la Chiesa ortodossa albanese non poteva contare su personalità locali di spicco in grado di riprenderne le redini, così il patriarcato ecumenico di Costantinopoli decise di rivolgersi alla Chiesa ortodossa greca e nominare nel 1992 Anastasios come nuovo primate e tre metropoliti greci come membri del Santo Sinodo, l’organo decisionale.

A loro fu affidato il compito di rifondare la Chiesa ortodossa in Albania, nonostante le profonde critiche da parte della società e della politica albanese, che vedeva in questa decisione il tentativo da parte della Grecia di influenzare l’Albania in un momento di massima criticità: il passaggio dal comunismo alla democrazia.

Per limitare ciò, nel 1998 fu deciso che il Santo Sinodo doveva obbligatoriamente essere composto per metà da membri albanesi, e nel 2006 la Chiesa adottò un nuovo statuto che vietava a chiunque non avesse la cittadinanza albanese di diventare primate (eccezion fatta per Anastasios, che era già primate, e che divenne cittadino albanese nel 2017).

La Chiesa ortodossa albanese oggi

Oggi la Chiesa ortodossa albanese deve gestire il problema dell’influenza della Chiesa ortodossa greca. Una questione che infiamma il dibattito albanese da anni, tanto più alla luce della presunte infiltrazioni che la Grecia avrebbe operato in Albania attraverso la chiesa ortodossa albanese per influenzare il paese.

La questione delle interferenze tra mondo religioso e mondo politico è stata sollevata anche in altri paesi della regione, Serbia e Macedonia del Nord in primis, dove la Chiesa ortodossa gioca un ruolo importante nella vita sociale e politica.

Basti pensare alle esternazioni degli esponenti religiosi serbi e macedoni in occasione della Pasqua ortodossa del 2023, quando condannarono l’uguaglianza di genere, il femminismo, le madri single e le donne divorziate.

Una delle principali e più recenti posizioni assunte dalla Chiesa ortodossa albanese – e che contrasta con quella greca – riguarda lo scisma avvenuto nell’ottobre 2018 a seguito della concessione di autocefalia alla Chiesa ortodossa ucraina da parte del patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I.

La Chiesa di Kiev è stata riconosciuta indipendente dal Patriarcato di Mosca, che a sua volta ha dichiarato conclusi i rapporti con il Patriarcato di Costantinopoli, accusato di essere “scismatico”.

In Ucraina nacquero così due chiese: la Chiesa ortodossa dell’Ucraina, indipendente e sostenuta, fra gli altri, dalla Chiesa ortodossa greca, e la Chiesa ortodossa ucraina, rimasta fedele a Mosca e sostenuta da quella albanese.

A tal proposito Pelushi dovrebbe ricalcare le posizioni assunte da Anastasios, di cui è stato uno stretto collaboratore per molti anni.

Oltre che dalla questione religiosa, il rapporto tra Grecia e Albania è teso anche dal punto di vista politico, dal momento che il governo greco ha spesso accusato quello albanese di non rispettare i diritti della minoranza greca in Albania.

Oltre a fronteggiare una situazione interna delicata, il nuovo primate si dovrà destreggiare tra le correnti filo-russe e filo-ucraine, in un’Albania che guarda sempre più all’Unione europea, anche grazie ai notevoli passi avanti compiuti nell’apertura dei negoziati di adesione negli ultimi mesi.