L’occidentalizzazione delle antiche saggezze orientali
In questi ultimi anni siamo stati invasi da nuove occidentalizzazioni volte a stravolgere tutto quel patrimonio culturale che la New Age aveva sviluppato portando ad un profondo dialogo tra Oriente e Occidente avvenuto dagli anni Sessanta e Settanta in poi. Dall’Usui Shiki Ryoho, l’antica pratica di Reiki messa a punto dal Mikao Usui e diffusa gratuitamente tra coloro che volevano essere iniziati, si è passati negli anni a vari metodi di Reiki (Karuna Reiki, Osho Neo Reiki etc…) che nulla hanno di verso dal Metodo Usui sia nella pratica sia nel beneficio, ma che diversamente dal primo richiedono ingenti sommi di denaro per i corsi in suite di lusso e palestre con mille comfort. Negli ultimi anni sono sorti infinite “pratiche olistiche” che in realtà sono una mistura di principi orientali e di tecniche create da occidentali che nulla si diversificano nel beneficio dalle antiche discipline orientali, ma che nascono più dalla volontà dei loro creatori di lasciare il proprio nome nella storia delle discipline olistiche. Tra queste pratiche vi sono il “Training Autogeno” (tecnica di rilassamento-desensibilizzazione psicofisica sviluppata dallo psichiatra tedesco Johannes Heinrich Schultz nel 1932 e utilizzata per il trattamento di ansia, depressione e reazioni psicosomatiche incontrollate), il “Pranic Healing” (una disciplina elaborata dall’ingegnere chimico ed affarista sino-filippino Master Choa Kok Sui e pubblicata per la prima volta nel 1987 nel libro Miracoli con il Pranic Healing), le scuole di Counseling e la “Mindfulness” (una pratica della consapevolezza creata negli anni Settanta da Jon Kabat-Zinn, professore emerito di medicina presso l’Università di Medicina del Massachusetts, che unì gli effetti benefici della meditazione buddhista Zen e della pratica yoga e, così, decise di applicare queste conoscenze anche all’ambito ospedaliero e medico) (1).
Verrebbe da chiedersi: curare con l’imposizione delle mani non bastava? L’antico Sutra Yoga di Patanjali non bastava? Le antiche tecniche di pranoterapia e reiki erano troppo poco? La meditazione come è stata studiata e praticava per secoli dalla tradizione induista e buddhista non andava bene? Nessuno mette in dubbio i benefici di queste neo-discipline, ma ciò che emerge è la necessità dell’Occidente di “completare” qualcosa che non è suo. Se da una parte l’Occidente cerca di denigrare questi antichi saperi, dall’altra fa di tutto per “occidentalizzarli” e renderli spesso più digeribili alla sua società e alla sua cultura… di mercato.
Nel 2013 Ronald E. Pursuer pubblica un articolo nella edizione americana dell’Huffington Post dal titolo “Oltre la McMindfulness”. Sempre lo stesso autore, nel 2019 edita un libro dal titolo “McMindfulness: come la Mindfulness è diventata la nuova spiritualità capitalista”. Pursuer, oltre ad essere un giornalista, è anche insegnate ordinato dall’ordine buddhista coreano Taego. La sua, dunque, è una critica che viene dall’interno di quel mondo che ha nella Mindfulness un suo punto centrale.
Con il termine “McMindfulness” Pursuer ha indicato come la Mindfulness sia diventata un fenomeno di consumo sempre più diffuso, da pratica di nicchia a industria capace di fatturare miliardi di dollari. Due dati per tutti: solo negli Stati Uniti, la mindfulness vale 2,2 miliardi di dollari; sono oltre 1000 le applicazioni di Mindfulness per smartphone oltre al fatto che solo Amazon offre oltre 40.000 libri che hanno la Mindfulness come argomento. Questo ci pone delle domande che non possiamo tralasciare.
La “mindfulness” a confronto con la tradizione buddhista
La “mindfulness” – per me che sono appassionato di induismo, buddhismo e pratiche olistiche – non è mai stato un punto di riferimento. Devo dire che fin da piccolo sono stato a contatto con le scienze olistiche, ma mai il mio percorso aveva incontrato la “mindfulness”. Mi sono imbattuto per la prima volta in questa pratica quando ho scoperto che delle studentesse di sociologia più che basarsi sulle ragioni etiche, salutistiche ed ecologiche delle diete vegetariane e vegane, studiavano l’importanza di “mangiare il cibo in consapevolezza” proprio secondo le regole della mindfulness. Il senso non stava tanto nell’etica alimentare, ma spostava tutto sul piano della “consapevolezza”: “fa niente se si mangia carne o pesce, importante è che lo si mangia in consapevolezza” – mi dissero. Stupito da questa posizione, mi domandai quale fosse in sostanza la differenza tra mangiare carne “in consapevolezza” e mangiare carne “consumisticamente” se alla fine ciò che mangi è comunque carne. Ancora di più è accresciuto il mio stupore quando tale pratica la si voleva far risalire alla tradizione buddhista. Ecco dunque i miei primi dubbi sulla pratica della “mindfulness”, che mi portarono a pensare quanto fosse contraddittoria e veramente poco trasgressiva rispetto al nostro già stralunato stile di vita. Sono bastate poche letture per capire che si trattava dell’ennesima occidentalizzazione ed è un peccato che moltissimi operatori che si occupano di scienze olistiche, cultura buddhista e scienze d’Oriente, ne siano affascinati.
La prima prova registrata di “esercizio della consapevolezza” nell’atto meditativo è stata trovata in India e risale a oltre 1.500 anni fa all’interno della cultura induista. La Scrittura della Meditazione Dharmatrāta, scritta da una comunità di buddhisti, descrive varie pratiche e include resoconti di sintomi di depressione e ansia che possono verificarsi dopo questa pratica meditativa, descrivendo momenti in cui anomalie cognitive vengono associate a episodi di psicosi, dissociazione e depersonalizzazione. Questo è solo un passaggio nel percorso della meditazione che serve a capire la vera natura dell’ego e la dimensione della vacuità.
La meditazione si fonda sullo stato di non-pensiero, dove il mentale è rilassato e noi prendiamo controllo della nostra mente conducendola nel quieora. La consapevolezza all’interno della meditazione è uno stadio importante che non si raggiunge così facilmente: gli orientali raggiungono la consapevolezza quando si sentono un Universo e questo è molto difficile da comprendere per un occidentale.
La mindfullness è qualcosa di diverso dalla meditazione che la tradizione induiste e buddhista prevedono.
La “mindfullness”, che ha un’origine recente, sembra scavalcare tutto un percorso di crescita spirituale, fondandosi solamente sulla “percezione” di cosa stai provando e pensando nel momento presente: definizione che già apparentemente si discosta dalla tradizione buddhista, dove la “percezione” è considerata Maya, ovvero un’illusione. La tradizione buddhista sostiene che nessun esercizio, nessuna tecnica può essere dissociata dalla saggezza, cioè dalla visione della “vacuità”, dal concetto di proiezione, di relatività e soggettività delle percezioni, dallo studio della natura della mente, del concetto di Maya e delle coscienze alterate. Il punto di vista dei “guru” della mindfulness è totalmente diverso e fondato su una forma-pensiero.
La “mindfulness” non ha gli stessi benefici della meditazione
La pratica della “mindfulness”, nelle nostre società occidentali, spesso sembra un tonico perfetto per lo stress e i problemi di salute mentale, ma purtroppo non è tutto oro ciò che luccica.
Nel 2015, il libro Buddha Pill, scritto con la psicologa clinica Catherine Wikholm, includeva un capitolo che riassumeva la ricerca sui suoi effetti avversi. È stato ampiamente diffuso dai media, tra cui un articolo del New Scientist e un documentario della BBC Radio 4. Una prima necessaria distinzione che va fatta è quella della Mindfulness come fenomeno sociale e la Mindfulness utilizzata nella pratica clinica, di cui ci sono ormai tantissime le evidenze scientifiche prodotte. Per quanto riguarda gli aspetti sociali della Mindfulness, al di là delle intenzioni di Kabat-Zinn e della miriade di ricercatori, studiosi, praticanti buddhisti e di altre tradizioni spirituali che l’hanno utilizzata e utilizzano approfondendo il suo lavoro, è innegabile che la Mindfulness sia diventata un’industria.
Il giornale Hindustan Times ha recentemente riportato un articolo molto critico nei confronti della mindfulness praticata da milioni di persone nel mondo occidentalizzato e globalizzato. In Italia non si contano i corsi proposti da “maestri” più o meno qualificati. L’articolo denuncia la poca serietà ed eticità di molti insegnanti di questa “disciplina” che non avvertono i loro studenti circa i possibili effetti collaterali della pratica. Non solo, ma sembra che non ci sia alcuna differenza tra chi pratica e chi non pratica:
“Nel 2022 è stato effettuato lo studio più costoso nella storia della mindfulness. Lo studio ha testato più di 8.000 bambini in 84 scuole nel Regno Unito dal 2016 al 2018. I suoi risultati hanno mostrato che la mindfulness non è riuscita a migliorare il benessere mentale dei bambini rispetto a un gruppo di controllo e potrebbe persino aver avuto effetti dannosi su coloro che erano a rischio di problemi di salute mentale.”
I risultati della ricerca sono stati sconcertanti, vista la grande diffusione della mindfulness anche in Italia. Negli ultimi otto anni c’è stata un’ondata di ricerche scientifiche in questo ambito, dimostrando che gli effetti avversi non sono rari. Uno studio del 2022, che ha utilizzato un campione di 953 persone negli Stati Uniti che praticavano mindfulness regolarmente, ha dimostrato che oltre il 10% dei partecipanti ha sperimentato effetti avversi che hanno avuto un impatto negativo significativo sulla loro vita quotidiana e sono durati almeno un mese. Secondo una revisione di oltre 40 anni di ricerca pubblicata nel 2020, gli effetti avversi più comuni sono ansia e depressione. Seguono sintomi psicotici o deliranti, dissociazione o depersonalizzazione e paura o terrore.
La ricerca ha inoltre scoperto che gli effetti negativi possono manifestarsi anche in persone senza precedenti problemi di salute mentale, o in coloro che hanno avuto solo un’esposizione moderata a tale pratica, e possono dare origine a sintomi di lunga durata.
Anche il mondo occidentale ha avuto prove di questi effetti avversi per molto tempo. Nel 1976, Arnold Lazarus, una figura chiave nel movimento della scienza cognitivo-comportamentale, disse che la mindfulness, se usata indiscriminatamente, potrebbe indurre “seri problemi psichiatrici come depressione, agitazione e persino scompenso schizofrenico”.
Ci sono prove che la consapevolezza può giovare al benessere delle persone. Il problema è che i coach, i video, le app e i libri sulla consapevolezza raramente mettono in guardia le persone sui potenziali effetti negativi. Jon Kabat-Zinn, una figura chiave dietro il movimento della “mindfulness”, ha ammesso in un’intervista del 2017 con il Guardian che “il 90% della ricerca [sugli impatti positivi] è scadente”. Nella sua prefazione al rapporto parlamentare interpartitico sulla mindfulness del Regno Unito del 2015, Jon Kabat-Zinn suggerisce che la può alla fine trasformare “chi siamo come esseri umani e singoli cittadini, come comunità e società, come nazioni e come specie”.
Questo entusiasmo per il “potere della consapevolezza” di cambiare non solo le singole persone ma anche il corso dell’umanità è comune tra i sostenitori. Anche molti atei e agnostici che praticano la consapevolezza credono che questa pratica abbia il potere di aumentare la pace e la compassione nel mondo.
Implicazioni etiche della “mindfullness”
È etico vendere app di mindfulness, insegnare lezioni di meditazione alle persone o persino usare la mindfulness nella pratica clinica senza menzionarne gli effetti avversi? Data l’evidenza di quanto siano vari e comuni questi effetti, la risposta dovrebbe essere no. Tuttavia, molti istruttori credono che queste pratiche possano solo fare del bene e non conoscono i potenziali effetti negativi. Il racconto più comune che si sente da persone che hanno sofferto di effetti negativi di tale pratica è che gli insegnanti stessi sembrano non crederci. Di solito viene detto loro di continuare a praticare che gli passerà.
Ad oggi non ci sono ancora consigli chiari da dare alle persone. C’è un problema più ampio nel fatto che la mindfulness ha a che fare con stati di coscienza insoliti e non abbiamo teorie psicologiche della mente che ci aiutino a comprendere questi stati.
Ma ci sono risorse che le persone possono usare per saperne di più su questi effetti avversi. Tra queste ci sono siti web prodotti da meditatori che hanno sperimentato gravi effetti avversi e manuali accademici con sezioni dedicate a questo argomento. Negli Stati Uniti c’è un servizio clinico dedicato alle persone che hanno sperimentato problemi acuti e a lungo termine, guidato da un ricercatore di mindfulness.
Per ora, se questa pratica deve essere utilizzata come strumento di benessere o terapeutico, il pubblico deve essere informato sul suo reale potenziale e soprattutto deve essere informato che non siamo di fronte ad una pratica prettamente olistica.
Ulteriori informazioni:
https://www.mindfulness-roma.it/mcmindfulness-la-mindfulness-e-uguale-a-una-polpetta-di-mcdonald/
https://www.labsociale.it/15121/benessere-spiritualita/
https://www.lindipendente.online/2024/12/30/come-la-spiritualita-orientale-e-diventata-un-prodotto-commerciale/
https://www.scienzenotizie.it/2024/10/29/meditazione-e-mindfulness-hanno-un-lato-oscuro-di-cui-si-parla-poco-5695931
https://www.biosofia.it/files/articolo/2020/Purser_R_La_meditazione_che_fa_bene_al_capitale.pdf