Luigino Bruni, economista e teologo, scrive: «Nella sua breve storia, il capitalismo ha avuto un rapporto ambivalente con la democrazia, con la pace e con il libero mercato. La storia, infatti, qualche volta, pensiamo alla nascita della Comunità europea, ha confermato la tesi di Montesquieu: “L’effetto naturale del commercio è il portare la pace” (L’Esprit des Lois, 1745). Altre volte, e forse sono quelle più numerose incluso il nostro presente, i fatti hanno dato invece ragione al napoletano Antonio Genovesi: “Gran fonte di guerre è il commercio”, perché “lo spirito del commercio non è che quello delle conquiste” (Lezioni di economia civile, 1769). Quale, allora, – si chiede Bruni – il rapporto tra lo spirito del capitalismo e lo spirito della pace, della democrazia e della libertà?». (Luigino Bruni, Come il capitalismo si sta alleando con la cultura bellica e illiberale. – Avvenire, martedì 25 febbraio 2025).
Sulla stessa linea di ricerca il giurista Gustavo Zagrebelsky: «La globalizzazione sembrò a molti promettere un futuro in cui la concorrenza commerciale illimitata avrebbe sostituito la guerra. È un abbaglio che viene da lontano. Trecento anni fa, quel burlone di Voltaire, nella IV lettera filosofica, s’era commosso: “Entrate nella Borsa di Londra, luogo più rispettabile di tante corte reali: vi troverete riuniti, per l’utilità degli uomini, rappresentanti di tutte le nazioni. Là l’ebreo, il maomettano e il cristiano trattano l’un con l’altro come se fossero della stessa religione, e chiamano infedeli soltanto coloro che fanno bancarotta”». (Gustavo Zagrebelsky, Facilitatori di pace al tempo di guerra – la Repubblica, 31 dicembre 2024).
L’idea che l’economia in un mercato più o meno regolamentato conduca alla pace – oltre che al benessere materiale per tutti i popoli che vogliano seguire tale modello – è ancora ampiamente condivisa e sostenuta dalle liberaldemocrazie e dalle socialdemocrazie. Come abbiamo visto, affonda le sue radici nel liberalismo dell’Illuminismo, da Montesquieu a Voltaire fino a Kant, per incontrare Jeremy Bentham e Herbert Spencer e approdare a Norman Angell, premio Nobel per la pace nel 1933. L’economia come veicolo per la pace, dopo la Seconda guerra mondiale, trova sostenitori in Lord John Maynard Keynes, Kenneth Boulding e negli Economists for Peace and Security.
Ultimamente, dopo il ritorno delle guerre in Europa, un gruppo di economisti keynesiani di sinistra, tra cui Emiliano Brancaccio, ha prodotto un appello The Economic Conditions for the Peace (pubblicato dal Financial Times il 17 febbraio 2023) che chiede di «creare le condizioni economiche per la pacificazione mondiale prima che le tensioni militari raggiungano un punto di non ritorno».
L’approccio che seguono gli economisti per la pace è pragmatico, basato su dati evidenti e perciò ritenuto più convincente. Facendo leva sugli interessi concreti delle persone è possibile convincere i governi a non sprecare risorse nelle guerre. La pace conviene, evidentemente, anche da un punto di vista strettamente economico. Applicando criteri di valutazione “costi-opportunità” della macroeconomia classica, “a conti fatti”, il solo mantenimento di uno stato permanente di deterrenza armata anche in “tempo di pace” sottrae denaro allo sviluppo economico e sociale. A ciò va aggiunta la distruzione netta e diretta di risorse materiali nel corso degli inevitabili conflitti militari (perdita di capitale fisso, umano, sociale, naturale). (Si legga anche quanto scrive Raul Caruso in Economia di pace, Il Mulino, 2017).
La tesi degli economisti per la pace è che – al netto di altre motivazioni d’ordine ideologico e identitario, religiose, razziali, nazionaliste che possono portare i popoli a odiarsi e aggredirsi – lo scontro per motivi economici può sempre essere ricomposto usando gli stessi strumenti che regolano le attività economiche – senza ricorrere alle guerre. Una corretta politica economica, infatti, dovrebbe tendere a un equo accesso alle risorse e a una giusta redistribuzione degli utili consentendo di soddisfare le esigenze di tutte le popolazioni della Terra, rappacificandole. È la teoria della crescita economica in un sistema regolato di libera concorrenza variamente illustrata da metafore come quelle dei “vasi comunicanti” o della marea che alza nel porto tutte le barche (quelle dei ricchi e quelle dei poveri) o del trickle-down effect (sgocciolamento della ricchezza). Le politiche economiche democratiche sono state viste come “antidoto” alla legge primordiale del più forte praticata in altre fasi del capitalismo sfociate nel colonialismo e nell’imperialismo.
Lo sviluppo economico per il benessere di tutte e tutti come arma di pace, quindi?
Teoricamente l’idea che persone, comunità e popoli intenti a migliorare le proprie condizioni materiali collaborino e cooperino gli uni con gli altri per massimizzare i risultati del proprio lavoro è quanto di più bello e desiderabile si possa immaginare. La società che tutti vogliamo è operosa e pacifica.
Il guaio, il “baco” che fa fallire l’idea dello sviluppo progressivo del benessere economico, si annida dentro il modello stesso della crescita economica.
Se si assume, infatti, come scopo ultimo dell’attività economica quello dell’aumento indefinito e illimitato dei beni e dei servizi da offrire alle persone si innesca una corsa competitiva tra le imprese senza fine. Si finisce per perdere di vista lo scopo (il benessere, non il consumo) e il senso dell’impresa economica (soddisfare bisogni autentici delle persone, non accumulare valori monetari). La crescita per la crescita trasforma il mezzo (l’economia) in fine. Ciò che Serge Latouche ha apostrofato in vari modi: “paneconomia”, “apoteosi dell’economia”, “totalitarismo dell’economia”, ossia che: «La monetizzazione di ogni cosa provoca il collasso delle significazioni.» (Serge Latouche, L’invenzione dell’economia, Bollati e Boringhieri, 2010).
Si finisce così per mettere in moto un «Un ciclo – bene descritto dall’antropologo Jason Hickel – che si autoalimenta, un tapis roulant in continua accelerazione: il denaro diventa profitto che diventa più denaro che diventa più profitto». La crescita è un imperativo strutturale, una legge ferrea del capitalismo, poiché il suo fine non è l’utilità del prodotto che l’impresa capitalista mette sul mercato ma il profitto che la sua vendita permette di realizzare. Da qui la necessità di creare continuamente nuovi mercati, nuovi oggetti, nuovi bisogni. «Se non si cresce si crolla» (Jason Hickel, Siamo ancora in tempo! Come una nuova economia può salvare il pianeta. Il Saggiatore 2020. Titolo originale: Less Is More: How Degrowth Will Save The World).
L’economia iscritta nella logica della crescita non conduce, quindi, a realizzare un equilibrato sistema di relazioni tra gli esseri umani e men che meno tra questi e gli ecosistemi naturali. Al contrario scatena rivalità e promuove le competizioni, incentiva l’avidità, non tiene conto dei limiti biogeofisici del pianeta (il metabolismo naturale). L’economia della crescita non assomiglia affatto al “dolce commercio” immaginato da Montesquieu e nemmeno alla “globalizzazione che funziona” ipotizzata da Joseph Stiglitz. Al contrario l’economia che ha al centro le ragioni del capitale ha bisogno, ieri come oggi, delle cannoniere che presidiano le rotte mercantili e gli oleodotti, di basi militari che controllano le zone di influenza, di eserciti sul campo che occupano i giacimenti minerari e i pozzi di petrolio e di polizia nelle piazze.
Mai dalla Seconda guerra mondiale ci sono state tante guerre aperte come oggi. Mai la spesa militare è schizzata come dopo il crollo del muro di Berlino.
Tornando a Luigino Bruni: «Questo capitalismo conosce la sola etica dell’accrescimento dei flussi e degli asset economici e finanziari, tutto il resto è solo mezzo in vista di questo unico fine. Tra i mezzi ci possono essere anche la democrazia, il libero mercato e la pace, ma non sono necessari. Lo spirito del capitalismo e dei capitalisti è adattivo e pragmatico: se in una regione del pianeta c’è democrazia, libertà di scambi e pace, si inseriscono in queste dinamiche democratiche, liberali e pacifiche e fanno i loro affari; ma non appena il clima politico cambia, con un cinismo perfetto cambiano linguaggio, alleati, mezzi, e usano guerre, dittature, dazi, populisti e populismi per continuare a perseguire il loro unico scopo. E se in circostanze ancora diverse, del passato e del presente, qualche grande potentato economico intravvedere in possibili scenari bellici, non liberali e non democratici opportunità di maggiori guadagni, non ha nessun scrupolo a favorire quel cambiamento, perché, giova ripeterlo, il telos, la natura di questo capitalismo non è né la pace, né la democrazia né il libero mercato, ma soltanto profitti e rendite. Ieri, e oggi.»
C’è un difetto di origine nel sistema economico oggi imperante – chiamiamolo con il suo nome: capitalismo – che lo rende strutturalmente inadatto alla pace. Il motore di questa economia è l’avidità e il risultato non può che essere rivalità, ostilità e antagonismo tra le persone, tra le comunità, tra gli stati. Per “ripudiare” la guerra e togliere il fucile dalla spalla dell’economia è necessario inventare e praticare un’economia di pace. Un’economia disarmata, war free.
Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 54 di Aprile- Maggio 2025: “L’Europa che non c’è“ – pubblicato anche su attac-italia