Sulla rivista web ‘Riformismo oggi’ è stata pubblicata, con una edizione speciale, la traduzione italiana di un importante articolo del New York Times di ieri. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.
“Un giorno di infamia americana
Volodymyr Zelensky, il leader democratico dell’Ucraina, è venuto a Washington pronto a rinunciare a tutto ciò che poteva offrire al Presidente Trump, tranne la libertà, la sicurezza e il buon senso della sua nazione.
Per questo, è stato ricompensato con una lezione di buone maniere dal più mendace volgare e sgarbato ospite che abbia mai abitato la Casa Bianca.
Se Roosevelt avesse detto a Churchill di chiedere la pace a qualsiasi condizione con Adolf Hitler e di cedere le riserve di carbone della Gran Bretagna agli Stati Uniti in cambio di nessuna garanzia di sicurezza americana, avrebbe potuto avvicinarsi a ciò che Trump ha fatto a Zelensky.
Qualunque cosa si possa dire su come Zelensky abbia giocato male le sue carte – non riuscendo a comportarsi con il grado di lecchinaggio a quattro zampe che Trump richiede o a mantenere la sua compostezza di fronte alle disoneste provocazioni di JD Vance – questo è stato un giorno di infamia americana.
Dove andremo a finire?
Se c’è un aspetto positivo in questo fiasco, è che Zelensky non ha firmato l’accordo sui minerali ucraini che gli è stato imposto questo mese da Scott Bessent, il segretario al Tesoro che impersona Tom Hagen (consigliere di don Corleone ne ‘Il padrino’) in questa amministrazione che si occupa di racket della protezione.
Gli Stati Uniti hanno diritto a un qualche tipo di ricompensa per aver aiutato l’Ucraina a difendersi – e la distruzione da parte dell’Ucraina di gran parte della potenza militare russa dovrebbe essere in cima alla lista, seguita dall’innovazione dimostrata dall’Ucraina nelle forme rivoluzionarie e pionieristiche di guerra con droni a basso costo, che il Pentagono sarà desideroso di emulare.
Ma se è un rimborso finanziario che l’amministrazione Trump cerca, il posto migliore per ottenerla è sequestrare, in collaborazione con i nostri partner europei, i beni congelati della Russia e metterli in un conto con cui l’Ucraina possa pagare le armi di fabbricazione americana.
Se gli Stati Uniti non vogliono farlo, dovrebbero farlo gli europei: lasciare che gli ucraini si rivolgano per le loro armi a Dassault, Saab, Rheinmetall, BAE Systems e alle altre industrie europee della difesa e vediamo come va a finire con gli “America First”.
Si spera che questo serva da ulteriore stimolo agli europei per investire, il più rapidamente e pesantemente possibile, nei loro eserciti impoveriti, non solo per rafforzare la NATO, ma anche per proteggersi dalla sua fine.
C’è una seconda opportunità.
Sebbene il maltrattamento di Zelensky da parte di Trump possa piacere alla folla MAGA, è improbabile che faccia presa sulla maggior parte degli elettori, compreso quel 30% circa di repubblicani che, anche ora,crede che sia nel nostro interesse stare dalla parte dell’Ucraina.
E se la maggior parte degli americani vuole che la guerra in Ucraina finisca, quasi sicuramente non vuole che finisca alle condizioni di Vladimir Putin.
E nemmeno l’amministrazione Trump dovrebbe volerlo.
Una vittoria russa in Ucraina, compreso un cessate il fuoco che permetta a Mosca di consolidare le sue
conquiste e recuperare le forze prima del prossimo assalto, avrà esattamente lo stesso effetto della vittoria dei Talebani in Afghanistan: incoraggiare i nemici americani a comportarsi in modo più aggressivo.
Si noti che, mentre Trump ha aumentato la pressione sull’Ucraina nelle ultime settimane, Taiwan ha riferito di un aumento delle esercitazioni militari cinesi intorno all’isola, e navi da guerra cinesi hanno tenuto esercitazioni a fuoco vivo al largo delle coste del Vietnam e si sono avvicinate a 150 miglia nautiche da Sydney.
Questi sono punti su cui i deputati conservatori dovrebbero considerare attentamente.
A maggior ragione, questa dovrebbe essere un’opportunità per i Democratici.
Joe Biden aveva ragione quando ha definito questo un “decennio decisivo” per il futuro del mondo libero; solo che è stato un messaggero troppo debole e cauto.”
Sempre sulla guerra in Ucraina, sulla rivista telematica ‘Il Mulino’ è stato pubblicata una riflessione del Direttore, il politologo Paolo Pombeni,di cui vi segnaliamo alcuni passaggi.
“Il 24 febbraio 2022 le forze armate della Federazione russa davano inizio a quella “operazione militare speciale” che aveva l’obiettivo di abbattere il legittimo governo ucraino di Volodymir Zelensky e di riportare in poche settimane quel Paese, ad oggi non è ancor ben chiaro in che forma, a una situazione di vassallaggio, diretto e indiretto, sotto Mosca.
Tre anni dopo si può constatare che l’operazione non è riuscita, sebbene l’avvento di una nuova presidenza americana potrebbe ora consentire allo zar del Cremlino di riuscire almeno parzialmente nel suo intento.
La guerra in Ucraina ha indubbiamente segnato un tornante in questo quarto di XXI secolo che aveva già registrato molti eventi emblematici di cambiamento storico.
È su questo che ci si deve interrogare, andando oltre le pur importanti e imprescindibili considerazioni di carattere strategico e diplomatico.
L’invasione russa dell’Ucraina riporta in campo la volontà di riprendere in mano il rinsecchirsi della stabilizzazione che si era raggiunta dopo la Seconda guerra mondiale e che non è più in grado di governare la grande transizione storica che si è accelerata con la enorme rivoluzione tecnologico-scientifica da un lato, e con la crisi dall’altro delle culture storiche che avevano gestito la transizione dalla prima alla seconda metà del Novecento.
La Russia, che è il grande soggetto frustrato per la perdita di una centralità determinante che ha inseguito per secoli, ha trovato in Vladimir Putin il personaggio che può rappresentare al tempo stesso la consapevolezza orgogliosa di questo tornante e la potenza per rimettere le cose a posto.
Più di un osservatore ricorda che fin dalla Conferenza di Monaco sulla sicurezza nel 2007, il nuovo zar ha lanciato la sua interpretazione sfidante del tornante storico del XXI secolo come età che avrebbe visto il sorgere di quel “mondo nuovo” che è l’obiettivo e l’ossessione dei leader che vogliono essere storici: in maniera consapevolmente riflessiva in quelli veri, in modo farneticante e demagogico in quelli falsi, che però si vedono come più veri del vero.”