A meno di una settimana dall’inizio della COP28, continua a Milano il processo a otto attivisti di Extinction Rebellion che nel settembre 2021 avevano denunciato il fallimento della leadership mondiale riunita a Milano per parlare di clima. A due anni di distanza quel fallimento è ancora più concreto.

Si è tenuta oggi alle 12 la quarta udienza del processo a otto attivisti di Extinction Rebellion, accusati di “manifestazione non autorizzata” e “imbrattamento” per una manifestazione svoltasi nel settembre 2021, di fronte all’ingresso del Centro Congressi di Milano, il MiCo, per lanciare un grido di allarme sulla gravità della crisi eco-climatica e sull’irresponsabilità della politica.

Nel settembre 2021, infatti, mentre al MiCo di Milano si riunivano i rappresentanti di 40 Paesi per gli incontri preparatori della COP26, centinaia di attivisti climatici di diversi movimenti arrivarono in città per contestare i leader mondiali, con numerose azioni pacifiche e cortei numerosissimi a cui partecipò anche Greta Thunberg [Lifegate]. Molte delle azioni erano organizzate da Extinction Rebellion.

Lo slogan che campeggiava sugli striscioni era “Le COP hanno fallito”. La mascotte del movimento, in quei giorni, era un grande struzzo di cartapesta, con la testa sotto la sabbia, un chiaro simbolo della miopia della politica e dell’incapacità della leadership mondiale di affrontare la drammatica realtà della crisi climatica con interventi e provvedimenti adeguati.

A due anni di distanza da quel settembre, la crisi climatica continua a peggiorare e otto persone sono oggi a processo. “Si tratta di un processo a persone che da anni continuano a suonare l’allarme, nonostante le enormi responsabilità politiche e morali dei governi di tutto il mondo e dei colossi energetici e finanziari” riporta Lorenzo, uno degli attivisti di Extinction Rebellion. “Questa crisi è stata infatti generata da anni di indifferenza politica e negazionismo climatico, di cui tutti i governi – compreso quello italiano – si sono resi protagonisti”.

La COP28, che si apre il 28 novembre a Abu Dabi, la capitale degli Emirati Arabi Uniti, è presieduta da Sultan Al Jaber, l’amministratore delegato della compagnia petrolifera di Stato, l’Adnoc. Già l’anno scorso molti osservatori internazionali avevano denunciato la sempre più ingombrante presenza a Sharm – el -Sheik dei lobbyisti delle aziende petrolifere, aumentati di molto rispetto alle edizioni precedenti, fino a raggiungere il numero record di 636, in rappresentanza di tutte le aziende estrattive del pianeta. E anche quest’anno l’evidente conflitto di interessi è stato denunciato da più parti.

“Quello a cui stiamo assistendo – sottolinea ancora Lorenzo – è un ribaltamento della narrazione. È necessario abbandonare completamente la combustione di carbone, petrolio e gas. Al Jaber, invece, per preservare gli interessi delle industrie globali che rappresenta, si fa promotore di un approccio tecnologico che la scienza ha già decretato come fallimentare. Il significato del più importante appuntamento globale per cercare una soluzione alla crisi eco-climatica è stato completamente snaturato”.

Il 2023 è stato l’anno più caldo mai registrato e il 17 novembre, per la prima volta nella storia dell’umanità, la temperatura media ha superato i 2°C rispetto ai livelli preindustriali. Gli effetti della crisi climatica – ondate di calore, alluvioni e siccità – stanno provocando morti e danni in ogni parte del pianeta. Tuttavia anno dopo anno, le COP, inaugurate nel 1995 a Berlino, si concludono con accordi insufficienti e non vincolanti, mentre si continua a bruciare sempre più idrocarburi e a spingere le temperature sempre più in alto.

In un mondo che brucia, chi denuncia questa folle corsa verso il collasso viene criminalizzato mediaticamente e portato a processo.

Allo stesso tempo, chi inquina e nega apertamente le cause e l’urgenza della crisi climatica presiede e influenza gli incontri internazionali in cui si dovrebbero affrontare le soluzioni e costruire le basi per un adattamento globale più rapido e giusto possibile.

Dalle aule del Tribunale di Milano alle autostrade olandesi bloccate per giorni contro i sussidi al fossile, gli occhi dei movimenti climatici sono oggi tutti puntati verso Dubai.